Il Coronavirus spaventa e il clima no, perchè?

Con le prime vittime italiane del coronavirus e i casi di contagio anche nel nostro Paese è scoppiata la fobia.

Cittadine isolate, scuole chiuse, eventi annullati, protocolli d’emergenza.

A livello globale la comunità medico-scientifica lavora per trovare una cura.

E’ partita una mobilitazione che ha pochi precedenti nella storia.

Tutto questo in poco più di un mese e a fronte di un bilancio che, mentre scriviamo, è arrivato a 2461 morti.

Secondo il Climate Index Risk negli ultimi 20 anni i fenomeni meteorologici estremi aggravati dal cambiamento climatico hanno causato 500 mila vittime nel mondo.

L’Oms stima che tra il 2030 e il 2050 la crisi del pianeta ne provocherà altre 250 mila ogni anno.

Solo in Italia l’inquinamento dell’aria è la causa di circa 80 mila decessi l’anno.

i ricercatori calcolano che entro il 2100 le perdite economiche dovute all’emergenza climatica oscilleranno tra gli 8,1 e i 15 trilioni di dollari.

Oggi per scongiurare la catastrofe ambientale non c’è stata una reazione forte.

Perché?

Perchè si fa tanto rumore per il coronavirus?

Burioni: “Come previsto il virus è arrivato, c’è solo un modo per bloccarlo”

«La scienza e la fiducia che le persone ripongono in essa giocano un ruolo chiave, ma lo stesso fanno elementi simbolici, irrazionali».

Proprio parlando di coronavirus abbiamo assistito a episodi di discriminazione nei confronti di cittadini cinesi solo su base razziale.

Per Marco Bagliani, docente di Cambiamento climatico, strumenti e politiche all’università di Torino,

«il parallelismo tra coronavirus e crisi climatica chiama in causa la psicologia dei disastri».

«L’epidemia del coronavirus si sviluppa su una scala temporale breve e rispetta i tempi tipici dell’attenzione, mentre il cambiamento climatico varia su una scala temporale più lunga.

Parlando di spazi, l’epidemia ha una sua collocazione: le città, gli ospedali, una nave in quarantena, mentre la crisi del nostro pianeta non si sviluppa per forza sotto i nostri occhi».

Le ricadute sulla vita delle persone?

«Mettersi in gioco per fermare il virus prevede un sacrificio a breve termine (limitare i viaggi, indossare le mascherine), provare a contrastare il cambiamento climatico invece significa rivedere gli stili di vita per sempre».

Quindici anni fa gli ambientalisti erano considerati tutti catastrofisti.

Poi alcuni studi hanno svelato che è meglio comunicare speranza e far leva sui buoni propositi delle persone.

Certo, una ricetta vincente per convincere e mobilitare le persone non esiste.

Forse il metodo migliore è arrivare a una sintesi: per indurre all’azione bisogna dire che c’è speranza e contemporaneamente essere determinati nel pretendere azioni concrete.

Il mondo dell’attivismo sembra destinato a cambiare a partire da questi impulsi:

L’impegno delle persone sarà più intersecato a livello sociale, meno battaglie isolate e più obiettivi comuni a difesa delle fasce più deboli.

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